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Dalla conferenza di Venerdì 26 Febbraio 2010 a Palazzo Oliva
“Imperatrice d’Irlanda: Il naufragio delle speranze”
del Professor Euro Puletti
Le foto
Novantasei anni fa dieci emigranti di Sassoferrato
furono coinvolti nell'affondamento del piroscafo inglese “Empress of Ireland” Nove di essi persero tragicamente la vita
di Euro Puletti
Il 29 maggio di quest’anno ricorrerà il novantaseiesimo anniversario di un’immane tragedia del mare: la terza sciagura marittima civile di tutti i tempi, pare, per numero di vittime, dopo quella del Titanic e del Lusitania. Il 28 maggio 1914, infatti, uno “steamer”, cioè un piroscafo inglese, che si chiamava RMS (‘Royal Mail Steamer’, cioè ‘piroscafo della posta reale’) “Empress of Ireland” (‘Imperatrice d’Irlanda’), mollati gli ormeggi dal porto di Québec city, nel Canada francofono, per far rotta su Liverpool, in Inghilterra, dopo appena 9 ore e 42 minuti di navigazione, nel Golfo del Fiume San Lorenzo, per la fittissima nebbia, all’una e 20 del mattino, del 29 maggio, entra in collisione con la nave da carico norvegese Storstad, stracolma di carbone, ed affonda, con il suo carico di 1.477 vite umane, in appena 14 minuti. 1.012 persone, almeno una ventina delle quali di presumibile nazionalità italiana, annegano sùbito, e, fra esse, 134 bambini.
Fra i deceduti italiani, vanno annoverati ben nove abitanti di Sassoferrato (AN), cui s’aggiunge, qui, l’unico sopravvissuto sassoferratese.
Il Dottor Antonio Bellucci, sassoferratese, ex assessore comunale, mi comunicò, infatti, nell’anno 2004, desumendole da un rapporto, recante la data del 7 luglio 1915, conservato nel Municipio di Sassoferrato, ma stilato, a Montréal, dalla società di navigazione Canadian Pacific Railway, i seguenti dati anagrafici, relativi a tali sventurati abitanti di Sassoferrato.
Essi rispondevano al nome di:
1. Luciano Bellucci, di anni 33;
2. Nazzareno Biondi, di anni 24;
3. Luigi Minardi, di anni 20;
4. Lorenzo Piermattei, di anni 19 (gli ultimi tre, tutti abitanti nella frazione di Frassineta);
5. Adele, Ameriga, Amerigo, Angelo e Luigi Vagni, tutti registrati erroneamente, nella lista dei passeggeri di terza classe, con il cognome di “Vagre”;
6. Domenico Pierpaoli, di anni 37 (l’unico sassoferratese, come accennato, ad essere scampato alla tragedia marittima, la terza -pare- più spaventosa di tutti i tempi, per numero di vittime).
Luciano Bellucci, figlio di Carlo e di Teresa Martarelli, nato a Sassoferrato il 13 luglio 1881, prima dell’inabissamento del citato transatlantico, risultava domiciliato tra il capoluogo di comune e Monterosso, dove faceva, di mestiere, l’agricoltore. Il Bellucci era, inoltre, coniugato con Maria Orlandi. Dagli archivi informatici del sito Internet www.ellisisland.org, apprendiamo come Luciano Bellucci sbarcasse nel porto di New York, nell’anno 1910, all’età di 29 anni.
Nazzareno Biondi, figlio di Giuseppe e Carlucci Carolina, nato a Sassoferrato il 19 ottobre 1890, celibe ed agricoltore, prima di perire nel naufragio, era residente in località Frassineta.
Luigi Minardi, figlio di Sabatino e Pigna Angela, nato a Sassoferrato il 21 febbraio 1894, celibe ed agricoltore, anteriormente al decesso nel naufragio del bastimento, era dimorante nella frazione di Frassineta, in località Guardiola n. 80.
Lorenzo Piermattei, figlio di Vincenzo e Becchetti Santa, nato a Sassoferrato il 22 settembre 1895, celibe ed agricoltore, prima di soccombere nel naufragio, era, anch’egli, residente nella frazione di Frassineta, ma, a differenza del compaesano Minardi, in località Valitosa n. 67.
Adele Vagni (nata, a Sassoferrato, forse da Angelo Vagni, nel 1904 ed avente, dunque, appena 10 anni al momento del naufragio), Ameriga Vagni, Amerigo Vagni (probabilmente così battezzati, gli ultimi due, in onore dell’America, in cui erano, forse, venuti al mondo), Angelo Vagni (nato, a Sassoferrato, nel 1870 ed avente, dunque, 44 anni al momento del naufragio) e Luigi Vagni, tutti quanti membri di un’unica famiglia, quasi interamente inghiottita dalle acque, famiglia residente a Sassoferrato, ma non, tuttavia, forse, d’origine sassoferratese. Altri Vagni sassoferratesi, forse parenti di quelli citati, i quali, dalla consultazione del sito web www.ellisisland.org, risultano emigrati negli Stati Uniti d’America, sbarcando ad Ellis Island, cioè nel porto di New York, sono i seguenti: Anna Vagni, nata a Sassoferrato, nel 1876, e sbarcata, ad Ellis Island, nel 1907, all’età di 31 anni e Mariano Vagni, nato, a Sassoferato, nel 1869, e sbarcato, ad Ellis Island, nel 1899, all’età di 30 anni.
Dalla lettura dell’atto succitato, si evince come l’unico sassoferratese, sopravvissuto a tale tragedia del mare, fosse Domenico Pierpaoli, nato a Cave di Gaville di Sassoferrato nel 1877, ed approdato, al porto di New York, nel 1909, all’età di 32 anni. Due delle figlie di quest’uomo, Eulalia ed Ines, rintracciate grazie all’aiuto della gentile signora Stefania Pierpaoli di Gaville e di suo padre, mi riferirono, alcuni anni or sono, come il babbo Domenico si sarebbe sottratto alla morte, insieme ad un compagno, solo grazie ad un salvagente, avvistato assai per tempo, e sarebbe restato, per ben ventiquattro ore, in acqua. Il Pierpaoli si ricordava, poi, delle centinaia di mani tese verso di lui, che tentavano, vanamente, d’aggrapparsi alla sua ciambella, e ad ogni altra cosa che riuscisse a galleggiare, mentre, mors tua vita mea, chi si era già assicurato a questi precari oggetti fluttuanti, faceva del tutto per far loro mollare la presa. Il Pierpaoli riferiva, inoltre, commosso, che, fra la miriade di naufraghi, la quale, vociante, lo attorniava, vi erano anche moltissimi bambini piangenti. Quest’uomo coraggioso, benché, anch’egli, giunto allo stremo delle forze, si prodigò per portare soccorso. Il suo fisico riportò, però, danni permanenti dalla lunga esposizione alle gelide acque ed “arie” fluviali.
Per l’essenziale contributo fornito alla redazione di questa ricostruzione storica, in virtù delle preziose notizie reperite, e messe a disposizione, si ringraziano sentitamente il Dottor Antonio Bellucci, l’allora Assessore alla Cultura Dennis Luigi Censi, il Signor Marino Ruzziconi ed i funzionari tutti dell’Ufficio anagrafico del Comune di Sassoferrato.
Euro Puletti
07.09.2009
La storia della croce del monte Strega
Pubblico volentieri una bella lettera della signora Emma Paolucci, già citata nel mio opuscolo, figlia di uno dei fondamentali personaggi che resero possibile la costruzione della Croce del Monte Strega, che mi trasmette alcune precisazioni ed integrazioni sull'evento del 1928 che visse da bambina e che ricorda ancora con perfetta lucidità.
Grazie Emma.
Carlo Alessandrelli
Egr. Ing. Alessandrelli,
sono Emma Paolucci; poichè penso che Lei ami le cose precise, ci tengo a chiarire qualche cosa.
Mio fratello Francesco è nato domenica 1° aprile, giorno delle Palme, e non il 2, ed è stato battezzato lo stesso giorno. Per tradizione tutto il paese partecipava alla gioia della famiglia quando nasceva un figlio maschio. Così anche Baruccio festeggiò la nascita di questo bambino in casa Paolucci, piantando il cosiddetto "maggio". La tradizione vuole che, a tempo debito, si invitino a pranzo tutti coloro che hanno partecipato a quest'opera. Fu proprio in occasione di questo pranzo che si colse l'occasione per parlare di un progetto che stava a cuore a molte persone da tanto tempo. Decisero di riunirsi tuttti il 13 maggio 1928 in occasione di questo pranzo di battesimo, ed appartenendo quasi tutti gli invitati al Terzo Ordine Francescano, fu invitato anche Padre Domenico Bruscolotti, l'amico di tutti. Si dirà: "Bella giornata, è maggio!" No! Il 13 maggio 1928 nevicò. Ma Padre Domenico decise che quel giorno doveva essere festa comunque, doveva essere ricordato: si parlava infatti di un progetto molto importante, ossia piantare la croce sul Monte Strega. Per festeggiare questo giorno, in contrasto con la neve, come buon augurio, portò un grande ramo di aliforno (soprannominato "maggio") pieno di grappoli di fiori gialli, alto almeno un metro e mezzo. Penso che forse era bello ricordare anche questi particolari che Le avevo detto, ma che probabilmente debbono esserLe sfuggiti. La decisione venne presa. Iniziano i lavori; tutti danno il loro aiuto, come dimostrano le fotografie. Nella fotografia riportata a pagina 21 la persona più alta, quella di dietro che aiuta a portare la trave, è Mario Caselli, e ciò è corretto; la persona che si trova davanti era mio padre: Ugo Paolucci, e non Arnaldo Paolucci; ramo, questo, dei Paolucci con cui non siamo parenti. Forse l'errore è nato quando mi hanno chiesto in prestito questa fotografia ed è stato dato un altro parere. Una figlia credo che conosca bene suo padre. Ne parlavamo spesso insieme in famiglia: di quanta fatica avevano fatto.
Una cosa che mi è dispiaciuta, e che non è uscita dalla mia bocca, è il soprannome che avevano dato a mio padre, ("Sansone") e che avrei gradito non fosse citato, in quanto nasceva da una (simpatica) presa in giro in riferimento alla sua bassa statura e certamente non per la sua forza.
Per portare tutto questo ferro in cima al monte la strada migliore era quella che passava per Castiglioni: giunti che furono in questo paese la prima persona che incontrarono fu Giovanni Limoncelli, che rimase colpito dallo sforzo che stavano compiendo per trasportare tutto quel materiale così pesante a forza di braccia. Li fece fermare; andò nella sua stalla e prese il suo paio di vacche e caricò i pezzi di ferro. Perciò, la prima persona che offrì questo tipo di aiuto fu Giovanni Limoncelli, e questo suscitò in tutti un grande entusiasmo e si aggiunsero molte altre paia di buoi, ma solo dopo questo suo gesto. Ci tengo a ricordare ciò, ma non perchè era mio suocero, ma perchè fu veramente il primo. Dopo di che si prestarono, dicevo, in molti: tutti volevano partecipare: Baruccio, Castiglioni ed altri, non trascurando quelli di Valdolmo e Regedano, lavorarono insieme fino alla conclusione dei lavori. Il sacrificio era enorme ma per affrontarlo ci fu questa grande partecipazione di popolo e questa unione di paesi.
Vorrei aggiungere una cosa: non so se ormai siano terminate tutte le riparazioni, ma quando sarà, non sembra anche a Lei che quella croce meriti una bella fotografia fatta un po' da lontano, in modo tale da prendere anche uno scorcio del Monte Strega per far vedere come essa domina e protegge i nostri paesi?
Ho terminato.
Spero che queste precisazioni non Le dispiacciano e la ringrazio per la Sua cortese attenzione. Mi creda: ricordo tutto molto bene; vedo ancora quel grande ramo fiorito augurandoci una vittoria.
Distinti saluti.
Emma Paolucci Limoncelli
Da un ritaglio di un vecchio giornale
La storia della croce del monte Strega
Tutte le foto della costruzione della Croce del Monte Strega
L’automobile è una gran bella e utile cosa della nostra epoca: ci serve per molte cose spesso urgentissime, spesso sembra che non se ne possa fare assolutamente a meno: ammettiamolo pure…
Ma perché per andare in montagna (anche fino alla vetta) per una passeggiata ci serviamo quasi sempre dell’automobile?... Ma perché non si va a piedi?... Mi sembra di vedere e sentire qualcuno che mi da del ridicolo!... E forse ha ragione solo per il semplicissimo fatto che lui in montagna va solo con la macchina e giunto poi sulla vetta non può e non sa gustare la bellezza e la gioia della conquista finale meritata per opera delle sue forze e dei suoi sacrifici.
Io ricordo che quando (e l’ho fatto diverse volte) sono giunto a piedi e con sforzi grandi sulla vetta del nostro M. Strega, appena giunto in cima non potevo fare a meno di allargare le braccia in segno di conquista, dilatare i polmoni per respirare con gioia quella purissima aria e... abbracciare e baciare quella Croce, che avevo visto da lontano e che con le sue braccia aperte mi invitava a salire con coraggio. Una scalata è una bella conquista che dà grande soddisfazione al cuore: solo chi l’ha provata sa quanto è vero.
Pochi sanno la storia vera della Croce del nostro M. Strega. E me la descrive in una lettera con tanta semplicità P. Domenico Bruscolotti, meritevole di larghissima riconoscenza per il grande bene fatto nella nostra zona e ora residente nel convento attiguo alla Chiesa di S. Bernardino ( opera di Bramante?) nei pressi di Urbino.
Ecco dunque che cosa scrive il carissimo P. Domenico: “ l’idea era da qualche tempo nella testa del sottoscritto e si diede una bella occasione in un incontro di tutti (o quasi tutti) i terziari di S. Egidio, allora numerosi e zelanti e ardenti di entusiasmo. Questo incontro avvenne in casa Paolucci Ugo in un’agape fraterna in occasione del battesimo di suo figlio Francesco, il giorno 2 aprile 1928. Tutti si diedero da fare per raccogliere la somma necessaria (ma non ricordo la somma raccolta: forse era superiore alle lire 13.000: molto per quei tempi!...).
L’ultima domenica di agosto di quell’anno la Croce era pronta e si fece il trasporto alla cima del M. Strega: ma solo a pezzi e su fu montata con fatica indescrivibile. Il pezzo più grosso era di circa Kg 80: fu trainato su per la ripida, al di là di Castiglioni, con diciassette paia di bestie! … Si partì da S. Egidio al mattino processionalmente: pezzi di ferro in ceste; altri trainati, altri sulle selle di asini, cemento e popolo: ognuno portava qualche cosa!... A S. Bartolomeo di Castiglioni ci fermammo per la S. Messa e poi… via per il monte!... Alla cima trovammo tutto il popolo di Montelago e si penò tanto per trovare un po’ di spazio e avvitare i vari pezzi della croce e soprattutto per innalzare i bracci che si dovettero avvitare a terra. Il giorno seguente dovemmo portare in cima al monte travi da quattordici metri e un parango per sollevare le braccia della croce e avvitarle nel pezzo già murato e sollevato. Fu una fatica veramente enorme perché non c’era spazio e la cima in pendio molto ripido. Il giorno della festa di S. Egidio ( 1 settembre ) facemmo l’inaugurazione con i fuochi artificiali alla vetta del monte (che fatica portare su certe… bombe a cannone… e che paura di qualche disgrazia!... era facile perché bastava scivolare un tantino e battere la bomba a terra!...). La domenica seguente (2 settembre) sulla cima del monte Strega ci fu la festa con la S. Messa e con… troppa gente venuta da tutto il vicinato: la croce aveva invitato tanta gente! E la nostra gioia era veramente immensa: ed era più che naturale dopo tanto lavoro e tanti sacrifici.”
Ora la Croce svetta sul Monte Strega: non sulla cima più alta ma sulla punta più visibile da est che poi presenta l’aspetto più bello e caratteristico del monte stesso.
La Croce è in traliccio di ferro con basamento quadrato di M.1,20 di lato; l’altezza è di circa m.8 non molto: ma abbastanza per essere ben vista e ammirata da una discreta lontananza e specialmente per dare un caro saluto alla sorella maggiore del M. Catria (alta ben circa 17 metri) e l’altra sorella (sempre in traliccio di ferro) che è più lontana del M. Sant’Angelo e per fare maggiore spicco è issata sulla facciata sud della piccola chiesetta che ricorda la più grande Chiesa distrutta dell’ex convento di eremiti e il cui magnifico coro ligneo si trova attualmente nella Chiesa di S. Medardo di Arcevia.
Caro lettore: perché non provi anche tu la gioia di poter giungere presso questa croce del nostro M. Strega dopo una salita a piedi?... Troverai grande gioia e grande soddisfazione; solo allora potrai dire che la… vittoria per la conquista della cima sarà tua, tutta veramente tua. E allora lassù con grande consolazione del tuo spirito potrai cantare con il poeta nostro compaesano, attualmente residente a Roma, Passari Rinaldo:
“Eccomi ai piedi del supplizio atroce
Dove per noi Gesù fu messo a morte
E il capo reclinato, ad alta voce
Per noi il padre pregò affinché le porte
Del ciel ci aprisse. E qui tanto veloce
L’occhio che prima fu, lascia le scorte
D’altro veder. Mira la Croce austera
E commosso invita a far preghiera.
O Dio, ti prego di non far severa
Tua giustizia su di me, che peccatore
Fui, sono e sarò da mane a sera.
Vedi che in te confido e con dolore
A Te mi prostro: e il cuor contrito spera
Da Te perdono, come Tu al pastore
Dell’anima ordinasti: cancellato
A quel che Te verrà sia ogni peccato.
E Tu, o Gesù, che tutti hai perdonato
E il ciel lasciasti per salvar la terra,
Prega la Mamma: ch’io sia rifugiato
Sotto il Suo manto, che a tutti disserra.
Dal mio attivo cancella ogni peccato
Perché il tuo gran patir non sia sprecato!...
E dal Santo Paraclito guidato
Sia sempre mio operar, senza male.
d. n.
NDR: Questo ritaglio di giornale venne consegnato da don Nicola Mancini, Parroco di Sant’Egidio a mio suocero Aldo Pesciarelli (Aldo d’Acciaccafae) alcuni decenni fa. E’ stato copiato fedelmente anche nella forma grafica (ed ortografica) oltre che nella sostanza del racconto.
Penso che l’autore sia don Nicola stesso, anche se né io né Aldo ne siamo certi, un vago sospetto, ….anzi più che un sospetto, me lo fa venire la sigla finale: “d. n.” che probabilmente sta per don Nicola.
A dire il vero, poi, il ‘ritaglio di giornale’ che ho citato in apertura non è un vero e proprio ritaglio: è una pagina a stampa (non dattiloscritta) con il testo su una sola facciata disposto su quattro colonne con un’ampia zona vuota nella parte bassa delle prime due colonne: forse per accogliere una fotografia della croce di cui si parla. Potrebbe essere una fotocopia oppure una bozza di stampa consegnata dal tipografo all’autore per un controllo, questo spiegherebbe anche perché don Nicola ne fosse in possesso; la carta è leggera e un po’ ingiallita, abbastanza simile a quella di giornale, forse solo un po’ più liscia e sottile, ben adatta alla stampa di bozze e provini come si usava una volta. Mi sembra inoltre ci sia almeno una imprecisione di stampa o di trascrizione della lettera di P. Domenico Bruscolotti quando si parla del peso del pezzo più grosso della Croce che è di 80 kg: un po’ poco perché sia stato necessario impiegare “diciassette paia di bestie” (ben 34 buoi o vacche!) per trasportarlo su per il monte… forse erano 800 i Kg, chissà? Per scoprirlo sarà necessario un accurato sopralluogo sul manufatto con tanto di metro e strumenti di misura per cercare di capire come è stata costruita e poi assemblata la Croce, per calcolarne il peso totale e dei singoli spezzoni che sono stati issati fin lassù. Naturalmente anche io, come tanti altri, sono stato parecchie volte sulla “Croce” ma mi pare che non sia mai andato oltre una distratta occhiata nell’osservarla da vicino, attratto com’ero dallo splendido panorama… sarà quindi necessario programmare una ‘spedizione’ ad hoc prossimamente: chi vuol partecipare è invitato a contattarmi. Potrebbe essere un’occasione per una simpatica scampagnata e scarpinata nella natura in una di queste domeniche di maggio o giugno, con tanto di merenda e bevuta sul posto! Per la cronaca e la curiosità del lettore: il sign. Francesco Paolucci fu Ugo, citato nel racconto in occasione del cui battesimo si organizzò “l‘operazione Croce”, non abita a Sassoferrato ma ci ritorna occasionalmente dimorando nella sua casa di Baruccio. Ricordo inoltre che nell’anno 2000 (in occasione del Giubileo) venne apposta, su un montante della croce, una targa in acciaio inossidabile, realizzata dall’Officina Meccanica Toni Lamberto e Figli (cui va la gratitudine della comunità locale) in memoria della realizzazione.
(23 maggio 2008)
L'elenco dei benefattori che hanno versato un contributo per il restauro della Croce del Monte Strega:
| Agostini
|
Piero
|
Montelago
|
| Angelini
|
Antonio
|
Senigallia
|
| Antonelli
|
Gino
|
Montelago
|
| Antonelli
|
Vincenzo
|
Montelago
|
| Antonelli
|
Benito
|
Montelago
|
| Arcangeletti
|
Paolo
|
Marotta
|
| Argalia
|
Gaetano
|
Baruccio
|
| Baiocco
|
Germano
|
Montelago
|
| Baldassarri
|
Luigi
|
Baruccio
|
| Balzarotti
|
Nicolò
|
Montelago
|
| Balzarotti
|
Ludovico
|
Montelago
|
| Bardelli
|
Massimo
|
Sassoferrato
|
| Bedini
|
Tilde
|
Baruccio
|
| Bedini
|
Angelo
|
Baruccio
|
| Bergamante
|
Giancarlo
|
Cabernardi
|
| Bernardi
|
Enzo
|
Sassoferrato
|
| Bianchi
|
Marino
|
Gambettola
|
| Bianchi
|
Carolina
|
Valdolmo
|
| Bianchi
|
Angelo
|
Monterosso
|
| Bonaventuri
|
Marcello
|
Montelago
|
| Bordin
|
Giovanni
|
Baruccio
|
| Caselli
|
Ugo
|
Baruccio
|
| Cecchetti
|
Carlo
|
Gaville
|
| Ciaboco
|
Lidia
|
Sassoferrato
|
| Ciaboco
|
Nanda
|
Baruccio
|
| Costamtini
|
Severino
|
Sassoferrato
|
| Frasconi
|
Angelo
|
Monterosso
|
| Garelli
|
Bettino
|
Isola
Fossara
|
| Gentilini
|
Walter
|
Montelago
|
| Giacani
|
Silvano
|
Montelago
|
| Giaconi
|
Dino
|
Montelago
|
| Lelli
|
Teresa
|
Sant'Egidio
|
| Maracchini
|
Pietro
|
Montelago
|
| Maracchini
|
Lucia
|
Roma
|
| Marcellini
|
Marcella
|
Sassoferrato
|
| Marconi
|
Massimiliano
|
Sassoferrato
|
| Montauti
|
Andrea
|
Montelago
|
| Montecchiani
|
Marco
|
Sassoferrato
|
| Montesi
|
Caterina
|
Sassoferrato
|
| Morelli
|
Giovanni
|
Montelago
|
| Mosaici
|
Mario
|
Baruccio
|
| Passeri
|
Moira
|
Gavirate
|
| Pesciarelli
|
Ugo
|
Sassoferrato
|
| Petroni
|
Rolando
|
Roma
|
| Petrucci
|
Oneria
|
Montelago
|
| Petrucci
|
Giuseppina
|
Montelago
|
| Petrucci
|
Antonina
|
Montelago
|
| Pucci
|
Fabio
|
Baruccio
|
| Rocchi
|
Lidio
|
Ancona
|
| Rossi
|
Ruggero
|
Baruccio
|
| Rossi
|
Renato
|
Baruccio
|
| Rossi
|
Leonella
|
Baruccio
|
| Rossi
|
Marina
|
Sassoferrato
|
| Rossi
|
Rita
|
Sassoferrato
|
| Santarelli
|
Eraldo
|
Montelago
|
| Santarelli
|
Anastasia
|
Roma
|
| Santarelli
|
Piera
|
Montelago
|
| Savelli
|
Ugo
|
Sassoferrato
|
| Scipioni/Rossi
|
Maddalena
|
Sassoferrato
|
| Sebastianelli
|
Pietro
|
Roma
|
| Silvi
|
Osvaldo
|
Monterosso
|
| Smargiassi
|
Gildo
|
Roma
|
| Tassi
|
Umberto
|
Baruccio
|
| Turbessi
|
Giuseppe
|
Sassoferrato
|
| Vagni
|
Natalia
|
Sassoferrato
|
| Vecchi
|
Fabio
|
Sassoferrato
|
| Vitaletti
|
Giuseppina
|
Valdolmo
|
| Vitaletti
|
Claudio
|
Sassoferrato |
Carlo Alessandrelli
Fiume Giallo
Per un paio di giorni i “sampietrini” destinati alla pavimentazione della piazza hanno stazionato in una configurazione che, nell’immagine scattata ed elaborata da Massimo Bardelli, richiamava una chiatta galleggiante nelle acque pigre e limacciose dell’immenso fiume Giallo. Con omino “tono su tono su tono” a indicarle la rotta.
(20 marzo 2008)
Quasar
Tranche de vie
Traggo questa foto da “Sassoferrato vecchie e nuove immagini” di Woner Lisardi, un libretto che raccoglie alcune foto d’epoca possedute dall’autore. Pochi gli originali, molte copie da copie, a giudicare dalla bassa qualità delle riproduzioni; poche e lacunose le informazioni, ma qualche curiosità, il che induce a considerarlo ugualmente apprezzabile. Vi ho trovato questa immagine, che non conoscevo e che mi ha sorpreso perché, a differenza di quasi tutte le altre note, risalenti ad una stessa epoca, presenta un evento nel suo svolgersi, testimoniando oltre che la padronanza, anche la consapevolezza della peculiare specificità del nuovo mezzo espressivo posseduta dal suo autore. La fotografia andava infatti sempre più configurandosi, con i nuovi obiettivi luminosi, le emulsioni “rapide” e la lezione dell’impressionismo che apriva gli occhi e la mente ad una nuova sensibilità, come uno strumento capace non solo di documentare eventi statici o a ritrarre persone irrigidite in pose innaturali, ma di cogliere atmosfere e riprodurre il fluire ed i movimenti della vita.
Come tutte quelle di cui ho finora trattato (e come le altre di cui dirò qualcosa quando me ne verrà ancora il ghiribizzo), è una immagine presa in Piazza Oliva. È una inquadratura del primo arco di vicolo Frasconi, con a sinistra la casa dell’omonima famiglia, di cui si vede la finestra del vano a terra (non ancora trasformata in porta) e quella del primo piano. A destra il palazzo Cecchetelli Ippoliti (anch’esso non intonacato e privo della lapide commemorativa di Baldassarre Olimpo degli Alessandri, che il signor Rodolfo vi avrebbe fatto apporre molto tempo dopo, nel 1940).
Peccato che non sia nota la provenienza di questa immagine: avrebbe certo aiutato a meglio definire l’evento rappresentato. Il portone del palazzo è aperto e c’è forse qualcuno, dalla finestra sovrastante, che discretamente osserva. Cosa aveva portato tutta quella gente ad affollarsi proprio in quei pressi e un fotografo a riprendere la scena? Nell’inquadratura possono contarsi quasi cinquanta persone, ma molto probabilmente altrettante, se non di più, stazionavano a destra, tra il muretto di via La Valle e il palazzo dei Priori ed a sinistra, forse fin davanti la chiesa di San Giuseppe. Le ombre ci dicono che mezzogiorno era passato da poco, mentre gli atteggiamenti e le vesti appropriate ed eleganti (in scuro con copricapo gli uomini, in lungo e cappellino le signore di ceto più elevato, con scialle e veste domenicale le altre) attestano che si trattava di un evento solenne e formale, in una giornata serena d’inizio estate.
Provo ad avanzare una ipotesi, dopo averne formulate e scartate almeno altre due, assumendo che il titolo attribuito da Woner alla foto (che in altri casi si rivela impreciso o addirittura casuale): “Dopo il matrimonio tutti in piazza Oliva” corrisponda al vero, e cioè che tutte quelle persone, amici, conoscenti, servitù, mezzadri e persino passanti per caso, come forse la donna con la cesta, si trovassero lì in attesa di felicitarsi con dottor Raniero, notaio e già figura eminente della comunità, per le sue nozze, celebrate il giorno prima, 31 maggio 1867, ad Osimo, e conoscere la sposa, contessa Elisa Politi, imparentata con i Leopardi di Recanati (l primo figlio della coppia, Rodolfo, sarebbe nato il 2 aprile 1869 ed il secondo, Tullio, nel 1873). Se fosse stato possibile datarla in un giorno di qualche decennio successivo, avrei attribuito questa foto a Gustavo Baldini, per un lungo periodo l’unico dilettante locale in possesso dei necessari strumenti tecnici e culturali, e l’avrei considerata una delle poche sopravvissute alla sua morte e alla dispersione dei suoi beni. In questo caso penso che l’evento abbia portato a Sassoferrato, al seguito di qualche convenuto proveniente da altre città, un altro dilettante evoluto o un fotografo professionista di cui non conosceremo mai il nome.
(1° aprile 2008)
Quasar
1890, primavera, ore 11.00 del mattino
Stamattina Gustavo Baldini, che come sempre si è levato di buon’ora, invece di dedicarsi alle cure del suo gabinetto bacologico*, è uscito portando con sé la sua bella 13x18 in legno di ciliegio con gli angoli di ottone lucido e il soffietto di pelle rossa, il treppiede e, avvolto nel panno nero, uno chassì nel quale la sera prima ha inserito una lastra ortocromatica.
Qualche settimana fa il Consiglio comunale ha approvato la ristrutturazione del palazzo dei Priori proposta dal signor Tito Porfiri, capo dell’ufficio tecnico, e i lavori inizieranno tra poco. Per questa ragione il sindaco, come tante altre volte, si è rivolto a lui, che sa essere sempre disponibile oltre che fotografo provetto, perché documenti la trasformazione che sta per avvenire, con la demolizione dell’intero avancorpo dell’antico palazzo (o di quello che ne resta, essendo scomparse già da tempo le prime due arcate del loggiato).
È un momento di grande fervore, addirittura in tutta Europa: c’è la certezza che il secolo ormai prossimo sarà più prospero di quello che sta per chiudersi e la belle époque impazza, con la sua allegria e le sue follie. Anche a Sassoferrato si balla, nel salone degli Scalzi o nella sala del Consiglio, e poi sono stati appaltati i lavori dell’acquedotto e finalmente il prezioso liquido scorrerà a volontà, e tra poco arriverà anche la strada ferrata, che ci collegherà a Fabriano e alla lontana Urbino, dove i giovani meritevoli potranno più facilmente frequentare l’Università. C’è infine chi comincia a sognare di unificare in un unico grande e luminoso edificio le classi elementari disperse per il paese in stanze occasionali e spesso oscure, o di sostituire i lampioni a olio dell’illuminazione pubblica con la luce elettrica, che già rende sfavillanti le notti delle grandi città…
Passa perciò praticamente inosservato l’ennesimo oltraggio inferto a un edificio che, dopo la costruzione del nuovo palazzo comunale, nel quale sono stati pian piano trasferiti gli archivi e gli uffici amministrativi, ospita ormai solo un carcere fatiscente e malsicuro ed è caduto in parziale disuso. Se nel corso dei secoli molte erano state le sue vicissitudini, rispecchiandovisi perfettamente le vicende tormentate della comunità che vi trovava la sua più alta rappresentanza, questa sarà comunque la trasformazione più radicale, quella che cancellerà definitivamente le ultime tracce dell’impianto e della volumetria medievale per proporre un’ampia facciata simmetrica e decorata con archetti pensili, naturalmente falsa, complanare a quella della nuova costruzione e come questa prospiciente una piazza di dimensioni inusitate che, a dire il vero, mantiene a stento una sua effettiva centralità nella vita comunitaria. Ci si tengono tre fiere all’anno, c’è un’osteria e un fabbro ferraio e l’arco trionfale che si vede sul fondo, distrutto da molti secoli il quartiere altomedievale che attorniava la chiesa di San Michele Arcangelo (l’attuale teatrino Perotti), apre tristemente su un quadrante poco antropizzato: orticelli con qualche capannuccia, una piccola cava di pietra e prati scoscesi attorno al rudere della Roccaccia…
Il signor Gustavo non ha però di questi pensieri quando, scelto un punto tra la chiesa di San Giuseppe e casa Frasconi, appoggia il cavalletto al selciato, vi fissa la camera e comincia ad armeggiare sotto il panno nero, attirando l’attenzione dei due o tre passanti occasionali, del direttore della posta, del famiglio e dello scrivano comunali, che si fermano a guardare. È un uomo meticoloso: prepara perciò con cura la ripresa livellando la macchina, mettendo al centro dell’immagine il corpo di fabbrica e la scalinata destinati a sparire e spostando verticalmente l’ottica per correggere le linee cadenti degli edifici.
La porta del Monte di Pietà resta fuori dall’inquadratura, ma se ne vede la finestra, e poi non è così importante. Piuttosto quello che ci vuole è un po’ di vita. Il pubblico nel frattempo è divenuto più numeroso: c’è qualcuno disposto a fare da comparsa? Si fanno avanti in quattro, due signori con il bastoncino da passeggio e due poco più che ragazzi. Il giovanotto che ha appena comperato da Richetta una fila di pane e che sta lì davanti, incantato, da almeno mezz’ora, resti pure dov’è; gli altri si dispongano in diagonale e tutti, ad un comando, comincino, molto lentamente, a camminare.
Il signor Gustavo si copre ancora con il panno nero, controlla l’inquadratura e chiude il diaframma: con il sole sulla facciata le figure in ombra rimarranno praticamente delle siluette, ma non è detto che ciò costituisca un difetto. Si solleva, inserisce lo chassì, apre il volet e impugna la peretta di gomma. Sono da poco passate le undici, dà un’ultima occhiata, grida un ordine e schiaccia.
Chiude il volet, estrae lo chassì e dice, correndo a casa a sviluppare la lastra:
- Vado a vedere se è venuta bene, altrimenti ne faccio un’altra. Intanto grazie a tutti.
Il maresciallo, uscito or ora dalla caserma, resta impettito a guardia della macchina e saluta galante la moglie del pretore affacciata all’ultima finestra di palazzo Oliva.
Il cinema non è ancora nato (per le prime prove dei fratelli Lumiére dovranno passare ancora quasi 5 anni), ma a me pare che in piazza Oliva stamattina, se ne sia vissuta una inconsapevole anticipazione.
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* Il signor Gustavo forniva le uova dei bachi da seta alle donne della zona (che in questo modo, integravano i bilanci sempre troppo magri delle loro famiglie), le consigliava e le assisteva in tutti i possibili problemi e, al momento giusto, ritirava i bozzoli e li portava alle filande.
(14 febbraio 2008)
Quasar
P.s.: grazie a Massimo anche per questa immagine.
Ancora sul comune in Borgo
Qualche giorno dopo aver pubblicato la nota precedente, che qui invece la segue, secondo una logica che giustamente mette in testa l’ultimo contributo (rendendo però l’insieme simile ad un libro giapponese, con la numerazione delle pagine che per loro inizia dove per noi finisce), Franco Lunardi mi ha rivelato l’esistenza di un’altra immagine, che non conoscevo, del Comune tonilliano, e sempre fotografato vis à vis dell’originale.
Quando Massimo me l’ha mandata per e-mail mi è sembrato anzitutto evidente, considerate le migliori condizioni del modello e l’abbigliamento dei protagonisti, che era stata scattata qualche anno prima dell’altra, ma non al tempo della passeggiata del 1955, che avvenne in un piovoso febbraio e non mi risulta sia stata fotografata (l’ha invece “ricostruita” impressionisticamente in un quadretto Tullio Pesciarelli).
L’immagine è una vera “istantanea” (i giovani dell’era dei bit sanno che era un sinonimo di immagine fotografica che ancora conservava traccia dello stupore che si doveva provare, agli albori della fotografia, di fronte una macchina capace non solo di riprodurre fedelmente il reale, ma anche di “fermare” il movimento?): il Comune oscilla perché guardando la macchina e sforzandosi di non ridere, non è facile tenerlo in orizzontale. C’è però un bel sole, nel primo pomeriggio d’estate, e il fotografo (un amico, il Brutto o Fernando, il postino con l’hobby della fotografia?) imposta l’otturatore a 1/100 di secondo e congela il movimento di tutti, condannando all’anonimato il malcapitato che si intravede e che non può portarsi più in luce senza far cadere l’edificio.
È (forse) il 26 luglio e qualcuno ha aperto la porta della chiesa sconsacrata di San Giuseppe (che è così giunta alla terza citazione) per portare fuori i vari pezzi e montare la piattaforma (di cui pure ho già parlato: in questa rubrica evidentemente tutto si tiene) per il concerto di S.Ugo della banda. Sono molti moduli a due gradini, e uno se ne intravede in secondo piano, nella foto.
Franco, lo sconosciuto piegato quasi in due (Gigetto?), Ricuccio, Umberto, Checco, Italo, Richetto, Eridano e altri ragazzi sono seduti sotto le logge, sulle sedie del Gringo; fumano e parlano di ragazze e del film che vedranno stasera al cinema comunale. Dal lato assolato della piazza, all’improvviso, un rumore di oggetti spostati rompe la quiete sonnolenta: per facilitare l’uscita della piattaforma degli operai stanno trascinando fuori dalla chiesa il comune di Tonillo. Il gruppetto si alza dalle sedie per osservare meglio, indeciso sul da farsi. Ad un tratto compare una macchina fotografica e gli eventi precipitano: si attraversa la piazza alla spicciolata e poi rapidamente, per non intralciare più di tanto il lavoro degli operai che hanno già iniziato a portar fuori la piattaforma, si solleva da terra il fatidico simulacro e ci si mette, si fa per dire, in posa.
Click.
Dedico queste righe, accompagnate da un pensiero commosso, a Richetto (Enrico Benedetti, il secondo da sinistra), il ragazzo più simpatico e spiritoso di quel gruppo, che ci ha lasciato qualche giorno fa. La simpatia che istintivamente ispirava e la sua intelligente arguzia, che hanno contribuito a rendere indimenticabili tante serate estive trascorse in compagnia di Tonillo e degli altri amici, rimarranno tra i miei ricordi più cari.
(8 febbraio 2008)
Quasar
Il comune in Borgo
Scommetto che chi non ha vissuto quei tempi stenterà a crederlo, ma la classe dirigente della Sassoferrato dei primi anni '50, invece di essere impegnata ad affrontare i mille problemi di un dopoguerra che ancora si faceva sentire e sopratutto la chiusura, prima solo paventata poi purtroppo realizzata, della miniera di Cabernardi, con il suo immenso e prevedibile carico di costi sociali per tutti, andava accarezzando il progetto di trasformare la città edificando il suo nuovo centro in un frustolo di terreno a ridosso della ferrovia, al di là del ponte che portava alla stazione e ai Felcioni.
Era stato il sindaco Castellucci, geometra per studi secondari, ad immaginare quella nuova e brillante collocazione per le istituzioni che da secoli più che degnamente si affacciavano sulla piazza Matteotti: il potere esecutivo con il palazzo del comune ed il potere giudiziario con la pretura mandamentale, i carabinieri ed il carcere. Il progetto fortunatamente non giunse a compimento ma la pretura, il primo edificio del nuovo complesso monumentale, fa ben capire a tutti, credo, quale sarebbe stato anche il suo valore architettonico.
Non so immaginare, ora, quali fossero le percentuali, nel mix che aveva determinato la nascita di un’idea così balzana: spensieratezze, megalomanie, interessi professionali o fondiari, piccolo cabotaggio politico incentrato sulla diversione? Fatto sta che di questo progetto, emblematicamente riassunto dalla locuzione che ho posto a titolo di questa didascalia, si parlò per anni: in Castello con indignazioni, teste scrollate, tessere della DC strappate e lettere di protesta al Segretario nazionale; in Borgo non so, forse fifty fifty tra il sorrisetto sarcastico di Alberto Fata e l’hai visto mai… o il perché no? di qualcun altro più borghegià magna faetta…
Nel 1955 il progetto era dunque ormai al tramonto: non ce l’avevano fatta, i democristiani di Albertino Castellucci, a passare alla storia come i costruttori e gli architetti della nuova Sassoferrato (e dopo aver svuotato e distrutto la vecchia, novelli Nerone), ma c’erano andati vicini e ora tra i fedelissimi serpeggiavano scoramento, per il capo decisionista che usciva indebolito dalla vicenda, e delusione, per i buoni affari che si sarebbero potuti fare.
Il pomeriggio del 20 febbraio di quell’anno era una giornata piovigginosa, ma piazza Matteotti, insolitamente gremita di persone, brulicava di una composta agitazione: si era in attesa che, da dietro la Rocca, issato su un carro bordato di velluto nero e nappi d’argento e seguito da una banda musicale che intonava una marcia funebre, apparisse un simulacro del comune, immaginato da Tonillo e realizzato, con tutto l’apparato di contorno, da Mario Toni. Giunto che fu, tra gli squilli della tromba di Emo Galeazzi, si formò un corteo, in testa al quale si pose un valletto con i pantaloncini a sbuffo e le calzette nere, che sorreggeva, sulle braccia tese, un cuscino mortuario sul quale era artisticamente posato, in grandezza naturale, il battaglio della campana della torre civica. La discesa al Borgo iniziò così, in ordine composto e con passo solenne, mentre Tonillo, che chissà perché indossava un paio di stivaloni in gomma, dava il tempo alla banda e il giusto ritmo al passo della gran massa di popolo che si era posta spontaneamente al seguito dei carri.
Le vie del Borgo furono percorse mestamente, con i cittadini che, richiamati dalla banda, uscivano dalle case attoniti dalla sorpresa, tanto bene il segreto era stato mantenuto, e si univano al corteo, per vedere come sarebbe andata a finire.
Raggiunta la meta, i carri si fermarono e Tonillo, seguito da Italo Rosa, il valletto, si inerpicò sul ripido ciglio fin sopra il campo, alto sulla strada (ora c’è la via che conduce al liceo scientifico ed alle case sovrastanti: è in quel preciso luogo che sarebbe dovuto sorgere il nuovo edificio comunale) e rivolse agli astanti alate parole: dopo tanti malintesi si offriva personalmente a testimone di una nuova volontà di conciliazione; non solo il grandioso progetto non sarebbe più stato osteggiato, ma una nuova e costruttiva collaborazione stava per nascere, aprendo luminose prospettive di concordia e prosperità. Intanto, come prova della nuova disponibilità e sigillo del patto, si degnassero, i borghigiani, di accettare sia il simulacro in scala ridotta del vecchio edificio che, una parte per il tutto, la riproduzione in scala 1:1 del “batocco” della campana civica. E fu a questo punto che, afferrato a due mani dal cuscino l’imbarazzante arnese, lo infisse nel terreno umido con un ampio gesto semicircolare. Rialzatosi, rivolto un fiammeggiante sguardo ai convenuti, terminò il suo intervento consentendo magnanimamente che, in attesa della torre e della campana, ognuno potesse farne l’uso ritenuto migliore.
La sorpresa ed il rumore furono grandi, pari quasi all’irritazione per il neanche troppo larvato doppio senso rappresentato da quell’asso di bastoni dritto verso il cielo, e la memoria di quell’evento, che qualcuno sperò potesse addirittura costituire l’inizio di una tradizione, permane ancora tanto in chi, come me, l’ha vissuta, quanto in chi l’ha sentita solo raccontare.
Il comune fu poi riportato in Castello e giacque abbandonato all’interno della chiesa sconsacrata di san Giuseppe (un luogo dove si sono spesso riposte le cose di cui la comunità non sapeva che fare, perché si degradassero definitivamente, nell’incuria e nella polvere, prima della loro distruzione).
Qualche anno dopo, nel corso di alcuni lavori, degli operai riportarono sulla piazza ciò che era restato dell’opera di Mario Toni, deponendola momentaneamente davanti alla porta dell’osteria della Jenny. Mostrava tutti i segni del tempo, come si può ben vedere, ma noi che eravamo presenti non resistemmo al fascino di farci fotografare vicino al simbolo sbilenco di una performance lontana e indimenticabile, che era stata qualcosa di più di una semplice zingarata*.
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*Su Tonillo (nome d’arte di Nilo Antonio Radicioni) e sulle sue gesta è possibile leggere anche il contributo un poco più esauriente pubblicato nel volume Sassoferrato: 80 anni di sport.
(16 gennaio 2008)
Quasar
La rotta
Il famoso “nevone” del febbraio 1929 in una stampa di medie dimensioni con fioriture ingiallite, di cui esistono certamente altri esemplari. Probabilmente è di Cacciani, l’unico sassoferratese in grado, in quegli anni, di effettuare ingrandimenti fotografici (e che in quella circostanza ha ripreso almeno un altro scorcio del paese, pure presente nella mia collezione).
Non c’erano mezzi meccanici e la “rotta” che si faceva con la pala, negli inverni peggiori, creava come un grande labirinto ghiacciato. Al centro della foto si intravede il ramo che portava, a sinistra, verso il comune, la posta, i carabinieri o il dopolavoro. I tre uomini infagottati erano invece appena usciti da quello dell’osteria di Luciòla, lì di fronte, e si davano un contegno per la macchina fotografica.
La piazza era ancora intitolata al cardinale Oliva, e l’omonimo palazzo sul fondo, sede della pretura, non era stato ancora intonacato. Lo sarà qualche anno dopo, per supportare una di quelle massime mussoliniane tanto roboanti quanto inutili, e che tanta sfortuna hanno portato all’Italia.
(22 dicembre 2007)
Quasar
Aspettando i musicanti
Non so quando il maestro di musica Mario Romagnoli si fosse attirato il nomignolo di Verzella (penso per via della bacchetta che impugnava con energia durante le esibizioni della banda municipale da lui diretta), ma anche noi scolari delle elementari lo appellavamo così, verso la fine degli anni ’40, quando ci impartiva lezioni di musica o verificava la nostra intonazione per giudicare se fossimo degni o meno di entrare a far parte del coro della scuola. Il mio scarso orecchio non mi ha consentito di procedere oltre, nella sua conoscenza, ma lo ricordo assai bene durante i concerti che allietavano le serate estive, “giù la piazza”.
L’apparato che si vede nella foto veniva predisposto nel primo pomeriggio, traendo i moduli che lo componevano dalla ex chiesa di San Giuseppe, dove erano normalmente accatastati, e collocandovi i leggii e un impianto di illuminazione che consentiva a tutti i musicanti di leggere le loro parti.
Il pubblico si disponeva sia a semicerchio sulla piazza che all’interno del loggiato e molti, per stare più comodi, portavano da casa una seggiola. Il repertorio, per la delizia dei melomani, era sia operistico che sinfonico, con pezzi di virtuosismo per i primi strumentisti e generosi applausi per tutti.
Naturalmente i miei ricordi non si spingono indietro fino all’epoca della foto, una stampa all’albumina degli anni ’10 (ma il titolare della bacchetta era certamente lo stesso, avendo il maestro Romagnoli ricoperto l’incarico per un gran numero d’anni), mi dispiace quindi di non potervi dire il nome dell’impettita guardia civica messa a controllare che il branco di monellacci, che immagino appostato dietro le colonne, non irrompesse a far danni.
Questa civilissima manifestazione si è perduta sul finire degli anni ’50.
Quando i moduli della pedana non ce l’anno più fatta a contendere quello spazio alle automobili, un pietoso impiegato comunale ha probabilmente posto fine al loro disagio allestendoci un rogo.
Spero si sia almeno guadagnato una maledizione dall’irascibile Verzella, disturbato, lassù dov’è, da tutto quel fumo.
(22 dicembre 2007)
Quasar
Piazza Matteotti, dicembre 1964
Inizia qui una pubblica dichiarazione d'amore per un luogo di Sassoferrato che conosco assai bene, per essere nato in una stanza che vi si affaccia e per averlo vissuto e frequentato in ogni ora e in ogni periodo dell’anno. E' la mia piazza, e qui ne parlerò nei modi che mi suggeriranno l'affetto e la fantasia. Con tutte le associazioni e le digressioni possibili, ma sempre prendendo lo spunto da un'immagine o da un fatto che l’ha vista protagonista.
Pretesti, come ben si capisce, occasioni per ricordi e considerazioni, anche controcorrente. Futilità in cerca di condivisione.
Rivedendo questa diapositiva poeticamente sbiadita, scattata con una lunga posa in un crepuscolo di dicembre, intorno alla metà degli anni '60, mi ha assalito un'onda di nostalgia. In parte, certo, perché il passare degli anni ha stemperato il gelo di quell'inverno, ma sopratutto perché i due abeti uguali e sobriamente addobbati, uno in Borgo e uno in Castello, che l’Amministrazione comunale allora approntava in occasione del Natale, mi sembrano ora dei segni più netti e puliti, di tanto preferibili alle ostentate, voluminose e inutili luminarie che tra poco si accenderanno in Borgo, e con inutile strepito.
E in Castello? Al posto delle lucine colorate di un alberello infiocchettato, modestamente (e laicamente) offerte in dono a tutti, adesso, per la fede di pochi ed il conformismo di molti, risultiamo tutti specializzati in presepi. Anche chi, arruolato suo malgrado, osserva tanto dinamismo con indifferente rassegnazione. E sospetta che neppure questa corriva ovvietà sarà sufficiente a intercettare gli auspicati flussi turistici, finora sempre perfidamente orientati verso altre destinazioni.
(23 novembre 2007)
Quasar